Un contagio, un'epidemia e una guarigione, si potrebbe dire, che hanno lasciato tracce indelebili in molte contrade dell'Alto Lazio, alimentando ancora oggi forti passioni e racconti dai contorni ormai leggendari.
Profondamente segnati dalle condizioni di vita, al limite dell'umano, in cui allora si dibattevano le classi meno abbienti, spesso costretti alla latitanza loro malgrado, in quanto vittime di ogni sorta di ingiustizia, questi disgraziati, appena presa la patente da brigante, minacciavano, rubavano, rapivano, stupravano, bastonavano, ferivano e uccidevano solo per vivere il meglio possibile, tutelando gli interessi loro e dei loro protetti, in barba alla massa degli onesti che, altrettanto sfortunati, si sforzavano comunque di condurre una vita dignitosa, anche se nella più assoluta povertà.
Nemici dello Stato, della Chiesa e di ogni altra istituzione, non si vergognavano affatto di mettersi al soldo dei grandi possidenti terrieri per combattere le rivendicazioni dei poveri lavoratori; maestro in questa sottile arte criminale, vera e propria "associazione per delinquere di stampo mafioso" ante litteram, fu Domenico Tiburzi
da Cellere, meglio noto come il "re del Lamone", uomo certamente abile e intelligente, quanto freddo e sanguinario calcolatore; niente a che fare, quindi, col Robin Hood a cui qualche scrittore cinico e salottiero ha ritenuto opportuno accostarlo.
Il "Sentiero dei Briganti" si sviluppa soprattutto lungo percorsi campestri, da affrontarsi preferibilmente a piedi, in mountain-bike o a cavallo, solo raramente raccordati tra loro da brevi tratti di viabilità ordinaria.
La presenza del sentiero è continuamente segnalata sia da frecce direzionali posizionate agli incroci con altre strade sia da oltre cinquanta pannelli informativi che, distribuiti lungo l'intero percorso, narrano la storia dei luoghi, ne descrivono la natura, illustrano le peculiarità dei paesi lambiti dall'itinerario, ricordano le drammatiche vicende che videro protagonisti i più tristemente famosi briganti della Tuscia.
Si può accedere al sentiero da molti punti diversi e lo si può percorrere in qualunque direzione e per qualunque tratto, anche se la sua origine è stata immaginata all'interno della riserva naturale regionale Monte Rufeno, un'area di quasi 3.000 ettari fatta di habitat assai diversi tra loro che, da oltre 700 metri s.l.m., degradano dolcemente in un vasto complesso collinare di calcari e di argille, solcato da innumerevoli corsi d'acqua, in gran parte tributari del fiume Paglia.
La riserva è servita da vari itinerari attrezzati, tra loro diversi per grado di difficoltà e durata, lungo i quali si incontrano vecchi casali oggi adibiti sia a punti di sosta e di ristoro sia a centri di studio e documentazione.
Nel Museo del fiore, allestito nel Casale Giardino, sono valorizzati e illustrati al meglio gli aspetti naturalistici dell'area dove, accanto a una grande varietà di piante e di animali, si possono annoverare oltre quaranta specie spontanee di orchidee.
dal www.tusciamirabilis.it Venerdì 17 Ottobre 2008











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