La cosiddetta "Cartagine della Maremma" dovrebbe risorgere sia per rinnovare questa straordinaria valenza della memoria storica che della riscoperta di una città, ricca di opere d'arte e di monumenti straordinari, in cui operò soprattutto l'ingegno architettonico di Antonio da Sangallo il Giovane.. Per consolidare i possedimenti di famiglia e per favorire il figlio Pier Luigi, nel 1537, papa Paolo III eresse il ducato di Castro, che ricambiò la scelta farnesiana collocando sul proprio stemma, costituito da un leone rampante, tre gigli azzurri e il motto "Castrum Civitas Fidelis".
I Farnese, coadiuvati da Antonio da Sangallo il Giovane, ricostruirono completamente la città di Castro, adeguatamente fortificata e dotata di una propria zecca. Dopo la creazione del ducato di Parma e Piacenza nel 1545, i Farnese si divisero per un decennio tra il vecchio ed il nuovo ducato, cominciando, però, sempre di più ad orbitare intorno a quello nuovo. Divenuto duca di Parma, Pier Luigi cedette Castro al figlio Ottavio, a sua volta questi, dopo la tragica morte di Pier Luigi, passò Castro al fratello Orazio.. Nel 1648 il papa Innocenzo X, senza consultare Ranuccio, nominò vescovo di Castro monsignor Cristoforo Giarda. Ranuccio gli vietò l'ingresso in città fino ad un avvenuto "accomodamento" con Roma.
Il 18 marzo del 1649, diretto da Roma a Castro, vicino Monterosi, fu vittima di un agguato. Innocenzo X attribuì immediatamente la responsabilità dell'agguato a Ranuccio. Malgrado gli sforzi di Ranuccio II, Castro capitolò il 2 settembre 1649 e, otto mesi dopo il papa ne ordinò la totale demolizione: furono rasi al suolo tutti gli edifici, compresi la chiesa principale, la zecca, le abitazioni gentilizie. Sul posto ancora oggi un cippo ricord. "Qui fu Castro".
(giu. res)
Corriere di Viterbo Lunedì 28 Settembre 2009




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