La Via Francigena

Con la caduta dell'impero romano di occidente, gran parte del complesso sistema viario tracciato da un capo all'altro dell'Europa e basato sulla trama delle grandi vie consolari che, partendo da Roma, si intrecciavano con una miriade di strade minori, entrò in crisi e cadde in abbandono.
Fu questa una delle prime conseguenze indotte dal disfacimento dell'organizzazione politica, militare e sociale su cui per secoli si era retto l'impero, che aveva acquisito forza e accresciuto le proprie capacità di sviluppo soprattutto attraverso una fitta rete di collegamenti stradali, alla cui costruzione e alla cui manutenzione sovrintendeva il collegio magistratuale dei curatores viarum. Si trattò di un abbandono ovviamente progressivo e, soprattutto, parziale, a cui rimasero estranee quelle zone e quelle strade la cui importanza, andando ben oltre la rovina dell'impero,
rimase inalterata, favorita da ragioni del tutto nuove rispetto al passato.
Si potrebbe dire che l'aforisma "tutte le strade portano a Roma" restò in parte valido ancora a lungo, semplicemente per il fatto che l'Urbe, trasformatasi da capitale del potere terreno in centro spirituale della cristianità, continuò a esercitare una forte attrattiva nei confronti delle popolazioni che risiedevano nei territori già appartenuti all'impero.
Di questo mutamento si giovò la via Cassia e, più in generale, la viabilità maggiore compresa tra Roma e il Settentrione, verso cui, fin dall'Alto Medioevo, si era spostato il baricentro del potere politico dell'Europa post-romana, di nuovo frazionata in vari domini e divisa tra le sfere d'influenza dei nuovi imperatori e dei Papi. La via Cassia, lastricata intorno alla metà del II secolo a.C. riassumendo e regolarizzando tracciati stradali precedenti, ereditati dal mondo etrusco, lasciata Roma a Ponte Milvio, toccava la statio ad Vacanas (valle del Baccano) nel territorio di Veio, dove aveva origine la via Amerina, poi Sutri e Forum Cassii (s. Maria in Forcassi, presso Vetralla), sfiorava l'etrusca Sorrina (Viterbo) e attraversava il complesso termale delle Aquae Passeris, saliva al colle di Montefiascone e, quindi, invece di sfruttare il comodo crinale su cui oggi si snoda la Strada Statale 71 Umbro-Casentinese per raggiungere, con il percorso più breve e agevole, l'Orvietano e il Chiusino, calava all'interno della caldera del lago di Bolsena, per gli impervi pendii dei monti Volsini, costretta a superare strapiombi e a scavalcare torrenti fino a raggiungere la quota lacustre, per poi risalire di nuovo, con altrettante difficoltà, sull'altopiano dell'Alfina;
tutto questo perché la via Cassia doveva attraversare per forza la città che in epoca romana fu la più importante della zona: Volsinii, antenata dell'odierna Bolsena, culla della fiorente comunità cristiana nel cui seno nacque Santa Cristina, il cui culto avrà un ruolo rilevante nella storia della strada del pellegrinaggio medievale diretto a Roma. Superata Volsinii, la Cassia romana si dirigeva a est verso l'Orvietano, piegava poi a nord percorrendo le valli del Paglia e del Chiani, attraversava il territorio chiusino, giungeva ad Arezzo e, quindi, piegando ancora verso ovest, toccava Firenze, Pisa e Lucca, prima di confluire nella via Aurelia presso Luni.

Sul tracciato dell'antica via Cassia compreso tra Bolsena e Roma si innestò, a partire dall'Alto Medioevo, il tratto finale di un itinerario che, collegando nel modo più diretto il Settentrione della Penisola a Roma, veniva percorso tanto dai sovrani in cerca dell'investitura papale quanto dalle moltitudini di pellegrini che, formate da uomini e donne di ogni estrazione sociale provenienti soprattutto dal mondo anglo-sassone e dalla Francia, intendevano raggiungere la Città Eterna per fortificare la loro devozione, per fare penitenza o per assolvere a un voto, portando testimonianza della loro fede presso le tombe degli apostoli martiri da Cristo prediletti, Pietro e Paolo. Questo itinerario, tradizionalmente teso tra Canterbury e Roma, infinite volte spostato, interrotto, ripristinato, accorciato, migliorato, già dalla fine del i millennio si identificava come "via Sancti Petri" o "strata Beati Petri" oppure, per il suo indiscusso primato
tra le strade che portavano al centro della cristianità, anche come "via Romea"; oggi prevale nettamente la definizione di "via Francigena" ("via dei Franchi") che sarà utilizzata anche in questa sede, ricordando, tuttavia, che nelle fonti antiche questo termine fu usato soltanto per designare il tratto toscano dell'itinerario.
Il percorso della via Francigena può essere ricostruito sulla base delle descrizioni dei luoghi e degli abitati incontrati lungo la strada che alcuni pellegrini di rango scrissero come ricordo di viaggio o come promemoria per viaggi futuri, per sé e per gli altri. Le più antiche e significative di queste "guide", da cui si colgono anche le variazioni di percorso subite nel tempo dalla via, si datano tra il X e il XIII secolo.
Celebre è senz'altro quella che l'arcivescovo di Canterbury, Sigerico, scrisse durante il suo viaggio di ritorno, da Roma alla propria diocesi, tra il 990 e il 994, ma altre preziose informazioni le ricaviamo anche dagli appunti presi dall'abate islandese Nikolaus di Munkathvera intorno alla metà del XII secolo, nel corso del suo pellegrinaggio diretto a Roma e in Terra Santa, oppure da quanto scrisse Filippo II Augusto, re di Francia, nel 1191, tornando dalla terza crociata. Per grandi linee, valicate le Alpi in Val d'Aosta (Gran S.Bernardo), la via Francigena attraversava il Piemonte e, nella pianura Padana, raggiungeva Pavia, Piacenza e Parma, superava la catena appenninica al passo della Cisa e, dopo aver toccato Lucca e San Gimignano, arrivava a Siena. Lasciata la Toscana, entrava nello Stato Pontificio a Centeno, lambiva Proceno e attraversava Acquapendente, sfiorava S.Lorenzo alle Grotte e poi, ricalcando quasi fedelmente il tracciato dell'antica via Cassia a partire da Bolsena,
passava per Montefiascone, dirigendosi in linea retta a Viterbo. Da qui fino a Sutri il tracciato si sdoppiava, affiancando all'antico itinerario di fondovalle (attraverso Vetralla e Capranica) un percorso di montagna che, seguendo la via Cimina, toccava l'abbazia di S. Martino al Cimino e Ronciglione, correndo sulle creste del vulcano di Vico.
Superate Sutri e Monterosi, si raggiungeva finalmente Roma, meta agognata di un viaggio lungo e rischioso, che poteva durare molti mesi oppure concludersi, più o meno tragicamente, prima del previsto. Se il percorso seguito dalla via Francigena variò più volte nel corso dei secoli, privilegiando ora una strada ora un'altra, attraversando ora una città ora un'altra, sembra che, invece, non si sia spostato mai di molto nel suo tratto finale, quello viterbese e romano, come sembra confermare anche un itinerario scritto, in forma dialogica, intorno alla metà del XIII secolo dall'abate Alberto di Stade, dove un certo Tirri (Dieter), discutendo con l'amico Firri (Fritz) dei vari percorsi per giungere a Roma dall'Europa centrale, per l'ultimo tratto della Francigena ne indica uno soltanto, cioè quello che andò a innestarsi sull'antico tracciato (compresa la variante cimina) della via Cassia.

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