Il Palazzo dei Papi è un complesso imponente caratterizzato da massicci contrafforti che lo identificano più come una fortezza che non come una residenza. Vi si accede da un'ampia scala, sormontata da due colonne e terminante in un vasto ripiano, con parapetti ad avancorpo, sostenuto da un arco. Nella sobria facciata, coronata da merli guelfi, si aprono sei finestre a feritoia e sei finestre a bifore trilobate che danno luce alla Sala del Conclave, di gran lunga la più famosa di tutto il monumento. I due archetti trilobati di ciascuna finestra poggiano sulla colonnina di mezzo e sulle due mezze colonnine dei lati, adorne di capitelli a caulicoli, con le basi unghiate ai quattro angoli. Sulla facciata si distinguono gli stemmi dei Gatti. La Loggia fu fatta costruire, infatti, da Andrea di Beraldo Gatti nipote di Raniero e a lui succeduto nella carica di Capitano del Popolo nel 1267. Fu aggiunta probabilmente per sopperire alla mancanza di un verone da cui il pontefice potesse affacciarsi per benedire le folle e colpisce una certa differenza di stile con il palazzo, sebbene la cornice che collega i due prospetti crei una sintesi architettonica di non comune genialità. In stile gotico, ha sette arcate con un doppio ordine di otto colonnine sostenenti archi a tutto sesto che formano archi a sesto acuto: suggestiva fusione della forma ogivale con la romanica. Il colonnato è sormontato da una trabeazione a metope in cui sono raffigurati, in origine animati da una vivace policromia, il leone di Viterbo con la lancia trifida simulante la palma di Ferento, lo stemma della famiglia Gatti (scudi con quattro barre orizzontali), l'aquila ad ali spiegate simbolo dell'Impero e le doppie infule insieme alle chiavi papali. Un identico disegno era sull'altro lato raccordato al primo da un tetto: l'eccessivo peso della trabeazione, sovrapposta all'esile teoria delle colonnine, aumentato dalla spinta dei due spioventi della copertura gravò talmente su queste che già poco dopo il 1325 crollò il prospetto a valle ed il tetto. L'altro prospetto fu salvato frapponendo agli archi una solida muratura rimasta fino agli inizi di questo secolo quando vennero effettuati lavori di restauro all'intero edificio, eliminando anche l'avancorpo che nella seconda metà del Cinquecento era stato costruito lungo l'intera facciata del palazzo. La loggia poggia su un grande arco con un sottostante pilastro ottagonale al cui interno è la tromba di una cisterna che conteneva l'acqua portata fino al Palazzo Papale dalla sorgente della Mazzetta. Parti di questo fons papalis, la tazza a scannellature ornata da teste di animali e il sostegno centrale, pare costituiscano la fontana che si trova al centro della loggia composta nell'insieme da varie parti di epoche diverse. Ebbero come dimora il Palazzo di Viterbo molti papi tra cui Giovanni XXI, eletto nel 1276 e morto nello stesso anno, il cui sepolcro è nella Cattedrale; Martino IV eletto nel 1280 lasciò la città scagliando su di essa l'interdetto. Condannata a diroccare una buona parte delle mura cittadine, Viterbo vide cadere nell'abbandono il superbo palazzo che divenne infine la dimora dei vescovi diocesani.

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