La Cosmet senza sede

In tempi di crisi, ci sono anche storie di imprese che, in controtendenza, registrano un aumento della domanda e hanno le potenzialità e la giusta determinazione per svilupparsi.
É il caso della Cos.Met., amministratore della società Carlo Ciccarelli, che nel 1970 ha aperto i battenti a Viterbo e, da allora, non ha smesso di espandersi e di acquisire fette di mercato nel Centro Italia, grazie all'alto livello di specializzazione raggiunto nella carpenteria metallica, nella progettazione e nella realizzazione di strutture prefabbricate e di serbatoi, in metallo e non, così come nelle opere di bonifica dall'amianto.
L'azienda ha alle proprie dipendenze 23 addetti e, con l'indotto attivato, riesce a dare lavoro almeno ad altre 10 persone.
"Sono numeri significativi in un tessuto di micro e piccole imprese. Numeri che, soprattutto, possono crescere. Ma non solo non ci sono le condizioni perché ciò accada. Di più, è a rischio la sopravvivenza di questa realtà costruita con tanta fatica e con grande passione"
, come afferma l'imprenditore Andrea Ciccarelli, figlio di Carlo.
Il prossimo 31 marzo scatterà, infatti, per finita locazione, lo sfratto dallo stabilimento nel quale la Cos.Met.
opera, in via Santa Lucia, e l'azienda non sa dove andare, perché la ristrutturazione del capannone che da tempo aveva individuato in località Castel d'Asso, e per la quale aveva ricevuto il parere favorevole del Comune di Viterbo, è bloccata, avendo la Procura della Repubblica di Viterbo aperto un procedimento in seguito a un esposto.
"La città non può perdere un pezzo del proprio patrimonio produttivo e altri posti di lavoro. Le istituzioni devono fare la loro parte per salvare la Cos.Met.. Siamo fiduciosi"
, dice Adalberto Meschini, segretario provinciale della Cna, che, insieme con Andrea e Carlo Ciccarelli, ha incontrato il sindaco, Giulio Marini, per chiedere attenzione verso questo caso e sostegno nella ricerca di una soluzione.
Intanto, un appello è stato rivolto dall'impresa al prefetto, Alessandro Giacchetti. Nella lettera inviata, con la quale si richiede un intervento che consenta alla Cos.Met. di
"continuare ad operare, nell'interesse della comunità locale"
, si ripercorrono le tappe della vicenda.
L'avvio dell'attività nel 1970. La ricerca, iniziata intorno al 2000, di un immobile adeguato alle accresciute esigenze di produzione (gli attuali 1.000 metri quadrati sono troppo stretti, oltre che ubicati non più in una zona periferica, ma all'interno di un quartiere, accanto ai palazzi).
Lo sfratto, convalidato dal Tribunale nell'agosto del 2007. L'istanza, avanzata dall'azienda al Comune nel novembre del 2006, per l'approvazione di una variante al piano regolatore generale, al fine di trasferire l'impianto in una struttura precedentemente adibita ad attività agricola, a Castel d'Asso, visto che non erano disponibili, nel capoluogo, altre aree idonee ad ospitare una impresa che adesso ha bisogno di una superficie di due ettari e di un capannone di almeno 2.000 metri quadrati.
I successivi atti del Comune, compresa la convocazione della conferenza dei servizi, dopo che era stata rilevata la conformità del progetto presentato alle norme vigenti in materia ambientale, sanitaria e di sicurezza.
Infine, l'esposto e l'apertura di un procedimento da parte della Procura, per falso ideologico nei confronti di amministratori e funzionari comunali che avevano espresso parere favorevole.
Siamo nel 2007. Da quel momento, è tutto fermo.
"Qualcosa deve accadere. Come si fa a bloccare o a far chiudere, perché questo è il pericolo, chi ha voglia e capacità di contribuire all'innovazione e all'aumento dei livelli occupazionali?"
, si chiede Andrea Ciccarelli. Già, come si fa?

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