venerdì, aprile 02, 2010

A rischio la Pietà di Sebastiano del Piombo

"L'hanno mosso da Viterbo per mandarlo a una mostra e, da quando è tornato, non fanno altro che spostarlo da una sala all'altra del museo, dove l'umidità è tale che, prima o poi, il dipinto rischia di essere seriamente compromesso."
Lancia un grido d'allarme Leonardo De Angeli, esponente di Rete Liberal, sullo stato di un celeberrimo dipinto, la Pietà di Sebastiano del Piombo, di cui, com'è noto, è difficile trovare un testo di Storia dell'Arte, italiano o straniero, che non porti l'immagine. Un'opera che, tra l'altro, contiene colori e atmosfere tipicamente viterbesi e, dunque, esprime lo "spirito dei luoghi", con un'evidenza e un'acutezza eccezionali. E, anche per questo, è particolarmente cara ai viterbesi. La Pietà, ultimata nel 1516,era destinata ad abbellire l'altare commissionato da Giovanni Botonti nella chiesa di San Francesco a Viterbo. Quel che emerge, anche a uno sguardo superficiale, è l'estrema drammaticità del quadro. Il corpo del Cristo morto, disteso su un sudario di lino bianco, è sovrastato da una Madonna dai lineamenti forti, quasi virili, che volge gli occhi al cielo. Il dolore che esprime è forte, pieno, non disincarnato, radicato in una realtà cupa e terrena e, insieme, quasi ostile, per il paesaggio privo di vita e crepuscolare che fa da sfondo alle figure. Il sole soffocato e il bagliore d'incendio all'orizzonte, secondo alcune analisi, sono da mettere in relazione, in particolare, con il passo dei Vangeli in cui si accenna a una eclissi solare e a un terremoto che scosse Gerusalemme dopo la morte del Cristo. Il Vasari, nelle sue Vite dei più eccellenti pittori, scultori et architettori (1566), scrive che
"essendo molto anzi in infinito inalzate e lodate alcune cose che fece Sebastiano per le lodi che a quelle dava Michelangelo, oltre che erano per se belle e lodevoli, un Messer non so chi da Viterbo, molto riputato appresso al Papa, fece fare a Sebastiano per una cappella che aveva fatta fare in S. Francesco di Viterbo, un Cristo Morto con una nostra Donna che lo piange. Ma perché, sebbene fu con molta diligenza finito da Sebastiano, che vi fece un Paese tenebroso molto lodato, l'invenzione però ed il cartone fu di Michelangelo, fu quell'opera tenuta da chiunque la vide veramente bellissima, onde acquistò Sebastiano grandissimo credito."
La tavola su cui fu realizzata la Pietà contiene, nella parte posteriore, alcuni schizzi, realizzati con carboncino e lumeggiati a biacca che, secondo una tradizione assai radicata, vengono attribuiti allo stesso Michelangelo.
"Due studi in particolare - si legge in una nota critica - realizzati a sanguigna di piccolissimo formato sembrano essere schizzi preparatori della Vergine raffigurata nella tela. Uno più sommario sull'impostazione e l'altro, invece più definito mantiene in espressività postura e inclinazione l'idea finale del viso della Vergine."
Resta da dire, a proposito della Pietà di Sebastiano del Piombo, che si tratta di un'opera assai cara ai viterbesi, entrata nel loro immaginario più profondo, anche per la centralità che ha sempre assunto tra le opere più prestigiose affidate alle sale del museo viterbese. É sempre stata lì, con la particolare bellezza e drammaticità della Madonna, del sue mani, del suo sguardo, con una figura che appare tanto forte e salda quanto, per contrasto, è dilaniante e impregna tutto l'universo il dolore della Madonna. Il dolore della madre. Uno dei più commoventi e conturbanti "Stabat mater" che si conoscano, che, per cupezza di sfondo e di prospettiva, sembra richiamare le note, non meno drammatiche, dello "Stabat mater" di Rossini. Un'opera, insomma, che "è" Viterbo e i viterbesi, e non solo per il paesaggio del Bulicame e per essere lì, esposta nel museo, sotto gli occhi dei viterbesi, quasi con salda quotidianità. Ma, come si diceva, per racchiudere, come poche o nessun'altra opera, l'indole dei luoghi, della terra, della sua gente. Non solo: è anche un discorso sul dolore tutto umano, terreno e carnale, che intride una madre forte e salda di fronte alla tragedia del figlio. Un dolore che impregna tutto l'universo
Corriere di Viterbo Giovedì 1° Aprile 2010

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