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mercoledì, novembre 23, 2011

Sante Bassanelli: “l’artista-selvaggio

"Genio e sregolatezza", forse non è una novità per un artista, ma è sicuramente ciò che più si addice a Sante Bassanelli, il pittore-scultore gradolese dal carattere sanguigno, scomparso venerdì scorso. Un personaggio stravagante non tanto nell'aspetto, quanto negli atteggiamenti e nel modo di vivere. Pieno di amici, amante del vino, conosciuto oltreconfine e soprattutto noncurante di quello che pensavano, dicevano e facevano gli altri. Uno spirito libero insomma, dalla voce grossa ma pieno di creatività.
"Sin da piccolissimo, ovvero da quando ha cominciato ad andare a scuola - spiega la sorella Giuseppina - Santino ha sempre disegnato, dipinto, ma soprattutto ha scolpito. Nel magazzino ci sono quintali di creta. Anche negli ultimi anni - prosegue la sorella -, benchè malato, continuava a farlo con grande interesse e passione."
E per rendersene conto basta guardarsi intorno, nella casa in cui ha vissuto negli ultimi tempi ci sono quadri dappertutto, soprattutto acquerelli, alcune tele si trovano persino dietro ai mobili. Sono di tutte le dimensioni, ma lo stile inconfondibile è il suo: colori accesi, linee morbide, visi un po' deformi e quasi sempre nelle facce un occhio solo aperto, quasi a voler sottolineare come sarebbe più opportuno non riuscire e vedere tutto ciò che ci circonda. Famose le parole con cui spiegava come nascevano le sue opere:
"Quando ti viene ti viene, non c'è nulla da fare."

E poi le sculture. Nella sua vecchia abitazione ubicata nel centro storico ce ne sono tantissime, molte delle quali furono anche esposte in una mostra che si tenne anni fa proprio a Gradoli. Allora, molti cittadini e non solo, acquistarono alcune sue opere. Fra le più belle ci sono un autoritratto in creta e le teste dei suoi genitori, somigliantissime, ma soprattutto terribilmente espressive. Il "Selvaggio" (così era chiamato Sante Bassanelli in paese e non solo) era capace di dare ai suoi oggetti un'intensità tale da trasmettere il suo amore per la materia, per la terra, per ciò che nasce senza forma e riesce a diventare qualsiasi cosa, persino il viso stanco, arrabbiato o deluso di una persona cara. Ma veniamo al suo curriculum: autodidatta, ha cominciato a dipingere e modellare la creta da giovane. Emigrato per lavoro in Germania, a Francoforte ha seguito corsi serali di pittura. Successivamente, stabilitosi a Milano, ha continuato la sua attività di pittore e scultore esponendo in numerose mostre personali e collettive in varie città, ricevendo riconoscimenti, premi e critiche favorevoli. Sue opere sono presenti in alcune piazze di Gradoli e nelle sale di palazzo Farnese

Annamaria Socciarelli

Corriere di Viterbo Martedì 22 Novembre 2011

venerdì, maggio 27, 2011

A palazzo Farnese si parla di musei

"Musei e Territorio - Conoscere, proteggere, promuovere."

É questo il titolo del convegno che si terrà oggi a palazzo Farnese. Un evento realizzato in collaborazione con l'Università della Tuscia che vedrà la partecipazione di studiosi che relazioneranno durante tutta la giornata sull'importanza di avere strutture museali e il loro legame con il territorio. L'inizio è previsto alle 9,30 con l'apertura dei lavori a cura del direttore del Museo del Costume farnesiano di Gradoli, dopodiché nella mattinata si succederanno Simona Rinaldi (Università della Tuscia e Laura De Martino (Regione Lazio) che parleranno di patrimonio artistico tra musei e paesaggio e di musei per le comunità.
Toccherà poi a Valter Curzi e Lidia Branchesi de La Sapienza intervenire sulla rete tematica Musart, a Fabio Rossi (Valentano) e Marco D'Aureli (Latera), Marcello Arduini (Castiglione in Teverina) e Pietro Tamburini (Bolsena), che relazioneranno su patrimonio archeologico, lettura antropologica, la sfida del museo del Vino e il caso Simulabo. Dopo la pausa pranzo sarà la volta di una tavola rotonda (coordina Simona Rinaldi) a cui parteciperanno, oltre ai bibliotecari sopra citati, anche Gianluca Forti e Francesca Fiorentini (Acquapendente), Claudio Margottini (Bagnoregio), Luciano Frazzoni (Farnese), Maria Flavia Marabottini (Grotte di Castro), Anna Laura (Ischia di Castro), Mirko Pacioni (Lubriano). La chiusura dei lavori è prevista per le 17,30

Annamaria Socciarelli
Corriere di Viterbo Venerdì 27 Maggio 2011

mercoledì, febbraio 25, 2009

Il Pranzo del Purgatorio a Gradoli

Scatta all'una esatta di oggi l'ora x, vale a dire il momento in cui i confratelli-camerieri serviranno il piatto tipico locale: i fagioli bianchi del Purgatorio conditi con olio extravergine d'oliva della Cantina sociale di Gradoli, sale e una generosa spruzzata di pepe.
Da quel momento il grande banchetto delle Ceneri prende il via e i circa 2mila commensali provenienti da tutta Italia e non solo, assaggeranno un menù di solo magro, che da secoli è sempre lo stesso: fagioli, appunto, luccio, nasello, baccalà e minestra di pesce.
Tutto acquistato, pulito e cucinato dai componenti della Fratellanza del Purgatorio, un folto gruppo di soli uomini (circa una settantina), che da giorni sono al lavoro per realizzare la mega manifestazione, il cui ricavato sarà devoluto in beneficenza.
Si celebra così anche quest'anno l'ormai famosissimo Pranzo del Purgatorio, un pranzo che fra le varie caratteristiche ha quello delle enormità: enorme infatti è la quantità di cibo cucinata, enormi gli utensili usati, enorme il quantitativo di vino che scorre sui tavoli, enorme il numero dei commensali, ma soprattutto incontenibile l'allegria che accompagna una festa in cui (malgrado si entri in Quaresima, quindi in un periodo di penitenza), si ha voglia di divertirsi e fare baldoria.
Ad ospitare l'evento, i locali (enormi anche questi) della Cantina sociale di Gradoli. "Dietro le quinte" i confratelli-cuochi, che muniti di grembiule e mestoli cucinano le varie pietanze utilizzando pentoloni di grandissime dimensioni e dieci caldaie da due quintali ciascuna in cui bolle l'acqua per i fagioli e nelle quali verrà successivamente cotto anche il riso per la minestra.
Poi, visto che il cibo deve essere riscaldato, i confratelli lo mettono su antichissime teglie di rame che vengono appoggiate sui bracieri con l'aiuto di una pala dal manico lungo oltre tre metri.
Perché qui il cibo è tutto cotto senza gas, su un enorme fuoco acceso la notte precedente (intorno alle 3,30) dal gruppo dei confratelli-fuochisti.
e a proposito di menù, come detto, da secoli è sempre lo stesso, così come le quantità acquistate, cotte e poi servite ai tavoli: 2 quintali di fagioli, 1 quintale di riso per la tradizionale minestra con le interiora di pesce di lago (ricetta segretissima), oltre 450 chili di luccio in umido, mezzo quintale di tinca, 350 chili di nasello, altrettanti di baccalà, il tutto "affogato" in 250 chilogrammi di olio nostrano.
Insomma, una vera e propria "grande abbuffata", senza però dimenticare che il vero motivo per cui nasce e si svolge la manifestazione è quello di ricordare le anime sante del Purgatorio.
A metà banchetto inoltre alcuni giovani confratelli passano con lo stendardo della Fratellanza e su un antichissimo piatto raccolgono altre offerte da devolvere alle famiglie bisognose del paese.
Insomma, un cocktail di sacro (l'iniziativa dedicata alle anime del Purgatorio, sociale (l'intento benefico dell'antica manifestazione) e profano (quello "mangereccio") che sfocia in un avvenimento che si perde nella notte dei tempi